Tutti i Silenzi di F: Tutti Stronzi per Amore

Voglio rispolverare qualche vecchia gloria dal mio vaso di Pandora, dal mio vaso di F. 

Mi sento sempre un po’ spaesato quando mi ritrovo ad attingere a questo pozzetto delle acque scure. Ormai ho superato l’anno di distanza fisica da F., siamo ad un anno e due mesi, per l’esattezza. Mi aspetterei quanto meno una medaglietta e un applauso caloroso, quelle cosa da riunione degli alcolisti anonimi. Ancora non è arrivato nulla di tutto ciò.

Mi rendo conto che col passare del tempo la cosa non è scemata quanto avrei voluto, ma ho fatto comunque dei grossi passi in avanti. Penso meno ad F. Ad oggi mi accontento di commemoralo soltanto quelle due o tre volte al giorno. Forse anche quattro.

Sono diventato bravo, no?!?

 

Tutti i Silenzi di F.

Certe volte mi chiedo cosa sia stato a fare in modo che tu mi piacessi così tanto. Ci ho pensato proprio un sacco di volte, ma non l’ho mai capito davvero. Sicuramente sei bello. Hai tante qualità che apprezzo. Hai un tuo indubbio fascino da eremita-introverso-problematico. Quei magnetismi strani, quelli che spingono le povere anime con tendenze da crocerossina a formulare quegli svarioni del tipo “è uno stronzo, ma soltanto per via del suo passato traumatico e delle sue complicazioni emotive. Se gli dai amore, dentro è tenero come un budino e dolce come una papaya”.

Sai quelle cazzate che si raccontano le mogli alla buccia? Quelle con gravi dipendenze affettive e carenze di autostima per giustificare al mondo, e soprattutto a loro stesse, di aver sposato un grande figlio di puttana? Ecco, quel tipo di self-empowerment disfunzionale, tanto per intenderci…

E ora, che io abbia certe propensioni per l’infermieristica relazionale sarà pure vero, lo riconosco. Però è altrettanto vero che, tutto sommato, sono pure uno che a una certa si rompe anche un po’ il cazzo. Soprattutto quando la trincea romantica subodora già di carne di putrefatta dalle prime battute, quando che non è un proprio buongiorno lo vedi bene dal mattino. E che tu fossi un tipo brillante, ma estremamente complicato lo si capiva benissimo già all’alba del nostro primo scambio di messaggini.

Quando chatti su whatsapp con un aitante sconosciuto che si sente in dovere di disseminare come mine, dichiarazioni a caldo del tipo “Sono uno che sparisce… Non sono mai sincero… Non farti aspettative su di me” lo capisci di aver messo piede su un terreno che prima o poi ti scoppierà in faccia, di avere davanti un dinamitardo emotivo di proporzioni non trascurabili. Cazzo, se lo capisci! Evidentemente, però, lo trovai trascurabile al tempo. Magari, in quei giorni la mia infermiera interiore era più gagliarda del normale, caricata a molle e animata da cattive intenzioni. Magari si sentiva anche un po’ Dottoressa, di quelle abusive, naturalmente. Vai a sapere…

Che poi, nel complesso, di difetti ne hai pure diversi. Hai soprattutto pregi, va detto, ma questi modi da “principino un po’ stronzo che non deve chiedere mai” non sono sicuramente un peso da poco. Schiaffati sulla bilancia delle interazioni umane funzionali, fanno pendere abbastanza l’ago dalla parte del “Tu non puoi passare/ fuggite, sciocchi!”. Non c’è dubbio.

Oltre tutto, di te ho conosciuto troppo poco per poter dire che mi piaci davvero. Considerando che la mente delle persone comuni è quasi sempre un iceberg, e che la tua, non essendo comune, più che un iceberg è un sottomarino corazzato, non ho davvero abbastanza elementi per deliberare, per capire se mi piaci in modo realistico (e se fossimo in un film, adesso partirebbe Un bacio è troppo poco di Mina, come colonna sonora).

Quindi, razionalmente parlando, non ci sarebbero ragioni valide per fare tutto sto casino, per stare a torturarsi così tanto l’idea con di te. Se mi analizzo bene (e mi rendo conto di saperlo fare meglio della mia terapista) inizio a pensare che in realtà tu c’entri ben poco con tutto questo marasma emotivo, che se al tuo posto ci fosse stato un altro sarebbe successo lo stesso. Probabilmente, per via di un qualche meccanismo contorto innescato da una mia casuale predisposizione del momento, ti ho infilato nel mio inconscio e trasformato in una sorta di simbolo. Ho proiettato su di te una serie di desideri ed emozioni altre, roba irrisolta, roba che con te non ha un cazzo a ché fare, ma che ormai riemerge, ogni volta che ti penso. Avrebbe la sua credibilità un lavoro del genere. In pratica, lo stesso processo che si innesca con i casi di fobie specifiche: ansia non identificata proiettata su un soggetto simbolico, che viene inevitabilmente caricato di alto potere psicologico a carattere ansiogeno. Nel tuo caso: bisogno di innamorarsi latente e irrisolto, proiettato casualmente su un qualcuno, che viene caricato di bisogno inconscio, diventando simbolo di necessità romantiche e sentimentali.

Io sono uno che le fobie specifiche le mangia per contorno alla vita, quindi, posso immaginare che la mia mente abbia una sorta di predisposizione per questo tipo di processo proiettivo. Dev’essere così. Io non voglio te. Non mi piaci tu. Voglio il bagaglio di bisogni inconsci che ho proiettato su di te. Mi piace soltanto l’immagine mentale di un uomo a cui ho casualmente fatto indossare la tua faccia e dato il tuo nome.

Forse sono un po’ come le tipe dei fumetti, che si innamorano del supereroe mascherato senza conoscerlo, che lo amano quando indossa il costume e lo ignorano sistematicamente quando ce l’hanno davanti nei suoi cenci quotidiani. “Tu, Spiderman! Io, Mary Jane!” detto in altre parole. Con la differenza che a Peter Parker, Mary Jane piaceva parecchio. Quindi, riformulando: “Tu, Spiderman Stronzo! Io, versione sfigata di Mary Jane non corrisposta!”. Niente baci a testa in giù per me. Immagino di dovermi accontentare del limone sui ponteggi, in cima al campanile accanto a casa tua. Era quello il mio corrispettivo del bacio sottosopra.

Ora che ci penso bene, però, esiste una falla in questa squisita elucubrazione a tinte d’inutilità. Quando ho conosciuto te, io stavo sentendo un altro. Una roba da poco: due incontri dal vivo e diverse chiacchiere; ma comunque qualcuno su cui riversare le mie proiezioni l’avevo. E invece, dopo avere incontrato te, l’ho praticamente buttato a spintoni sul direttissimo per Tra-me-e-te-le-cose-non-vanno, in provincia di Fanculo.

Sono stato un po’ stronzo. E’ probabile che alla fine tu non sia altro che la mia punizione karmica per aver maltratto un poveretto che a differenza tua mi dimostrava fin troppa gentilezza. Ma cosa ci potevo fare se dopo aver conosciuto te, le cose che mi piacevano di lui sembravano non piacermi neanche più? Se a paragonarlo a te, mi accorgevo che non aveva neanche senso fare il paragone? Che tu eri tutta un’altra storia? L’unica cosa che potevo fare, era prestargli la cortesia di fargli abbandonare la mia nave prima che naufragasse del tutto. Magari in modo indelicato, ma, alla fine, è quello che ho fatto.

Alla luce di come sono andate le cose tra noi, probabilmente ho sbagliato. Sarebbe stato meglio se fossi stato io ad abbandonare la tua, di navi, e mi fossi accontentato di fare un giro sul suo traghetto. Magari mi ci sarei trovato meglio. Razionalmente parlando, è indubbiamente più sicuro un piccolo traghetto stabile di un nave immensa, che fa acqua da tutte le parti. E ci tengo a precisare che questo discorso non vuole essere metafora allusiva a maliziose comparazioni anatomiche, solo emotive (anche se varrebbe pure nell’altro caso).

Chissà perché la ragione va così tanto a puttane, in queste situazioni? Chissà perché nel mio cercare amori stabili, rifiuto sempre chi mi da’ sicurezza, e perdo la testa per quelli che mi buttano a calci su un filo, a fare il funambolo sentimentale, completamente improvvisato e senza predisposizione per l’acrobatica, a sperare con l’ansia che il filo non si rompa o di non tracollare e lasciarci le penne. Immagino che la risposta facile sia semplicemente che sono uno dei tanto disgraziati col debole per gli stronzi, ma avrò tempo di riragionarci su. Resta il fatto, che non si può dire che tutto questa situazione sia frutto soltanto di una mia proiezione, che prescinda completamente da ciò che sei.

Probabilmente è il senso del rifiuto, quello che non butto giù davvero. Quella scintilla drasticamente infantile che ti spinge a volere ciò che ti viene negato, che ti fa mettere il broncio, che ti fa battere i piedi e urlare come un forsennato finché, preso per sfinimento, qualcuno non ti mette in mano il giochino che volevi. Forse si tratta di questo, ma è anche vero che di rifiuti ne ho ricevuti anche altri, quindi non è solo questo.

Forse si tratta proprio di te. 

 

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