C’era una volta il Principe T. – Parte 1

Tutti i Silenzi dell’Alfabeto: T.

 

Certe volte penso a come sarebbe avere una figlia. Così, deliri improbabili su concepimenti impossibili. Immagino di metterla a letto la sera. Mi piacerebbe pettinarle i capelli mentre le racconto le favole della buonanotte. Mi piacerebbe risparmiarle le stronzate con cui sono cresciuto io.

C’era un volta una bellissima Principessa, la più bella e intelligente del reame. Un giorno, un bel principe bussò alla sua porta portandole in dono una rosa rossa e la promessa di uno sfolgorante amore eterno. Lei s’innamorò. Dopo qualche tempo, però, in una brutta giornata di pioggia, la bellissima Principessa, trovò il suo amatissimo principe a scoparsi la sua dama di compagnia. Lei bandì entrambi dal suo regno, e pianse per mille notti. Quando riuscì a smettere di piangere, iniziò ad abbottarsi di cibi ipercalorici ed adottò un numero sterminato di gatti, che tenne per sempre chiusi nel suo castello con lei. Quando la principessa morì, drammaticamente sola e in sovrappeso, i suoi gatti le mangiarono la faccia e pisciarono sulla sua salma putrefatta per anni. Dormi bene, amore mio!

Avrei una figlia traumatizzata, ma salva. Sono sicuro che ci penserebbe due volte prima di credere alle promesse d’amore di un qualunque cialtrone con lo sguardo intenso e il piercing sulla lingua. Crescerei una figlia corazzata, una figlia guerriera, ma non come Mulan, che alla fine ci casca lo stesso e si accatta Li Shang. Una guerriera come Brienne di Tarth, del Trono di Spade. Una guerriera come Lady Oscar. Una guerriera preferibilmente lesbica, così da risparmiarle la fatica di avere a ché fare con gli uomini.

Io purtroppo non l’ho avuta la fortuna di questo trauma infantile. Io sono cresciuto con il condizionamento Disney. Con i principi che arrivano a salvarti a cavallo. Stronzate!

Sono cresciuto con il ladro-straccione-bugiardo-finto-principe, ma di cui puoi fidarti se te lo chiede, perché ha il cuore buono da diamante allo stato grezzo. Con la Bestia rabbiosa, scontrosa e fondamentalmente pericolosa, ma che se gli dai amore e la limoni, diventa uno gnoccone esagerato, ricco, con gli occhi azzurri e gli addominali. Sono cresciuto col principe Filippo, che lo sogni la notte ed arriva davvero, a combatte il drago cattivo, senza che tu abbia fatto neanche lo sforzo di fargliela vedere in foto su whatsapp. Sono cresciuto anche col Gobbo di Notre-Dame, che è gentile e buono quanto vuoi, ma resta un cesso a pedali e più in là della Friend Zone non ha chances di arrivare. Quindi, a parte la faccenda del Gobbo, sono cresciuto con l’imprinting di una marea di cazzate, e proprio per questo, io non mi posso salvare. Cinico quanto ti pare, ma una piccola, recondita, flebile parte di me ci spererà sempre in certe romanti-boiate, e sarà proprio lei a costarmi l’ennesima presa per il culo e gli anni di analisi in più.

Mia figlia ce la potrà fare, ma io ormai sono spacciato. Io non posso uscirne.

E’ per questo che quando incontrai T., davanti al suo sguardo languido e al suo invito a salire sul tappeto volante (ti fidi di me?), io non seppi fare altro che dire e salire, come un povero coglione, come una qualunque principessa disney che si rispetti.

Per onore di cronaca, va precisato che T non è veramente T, e questo vale un po’ in tutti i sensi. Principalmente, però, perché T, in verità, sarebbe una seconda F, ma il mondo del mio fragile equilibrio emotivo è troppo piccolo per due F. (Non era uguale solo l’iniziale, si chiamavano proprio allo stesso modo). Per questo, in questa sede, ci riferiremo al secondo F come T,  e T starà per Testa-di-cazzo-immensa.

Quando conobbi T. ero ancora nel pieno della centrifuga emotiva di F. the orginal. Ero in evidente stato confusionale, un po’ come un calzino spaiato che ha appena perso il compagno nell’asciugatrice. Con F. era finita da un mesetto appena, ed io non avevo più la pretesa di capire una beneamata ceppa di nulla e di nessuno. Pora stellina! Per questo, quando T. cadde dal cielo burrascoso dell’app di incontri come una folgore, io assentii con aria ebete senza farmi troppe domande.

Fu T. a scrivermi per primo. Ricordo un messaggio di poche parole, un complimento sagace, di quelli che ti strappano il sorrisetto e ti fanno venire voglia di rispondere subito, senza tirartela. Iniziò immediatamente un veloce scambio di battute, ed effettivamente T. si dimostrò più che banalmente sagace. Era un ragazzo divertente, interessante, un creativo con la mente contorta, il ragionamento fuori dal comune, e un lessico più che degno della cittadinanza italiana. Lo accompagnava un alone spaventosamente palpabile di tossicodipendenza, di quelli che piacciono a me, da erba e acidi ai Rave. San Patrignano is my new agenzia matrimoniale!

Tra l’altro, va detto, T. era (e purtroppo rimane) anche uno dei ragazzi più boni che io avessi mai visto. Minchia, se era bono!

T. non sudava, svapava ormoni. Quando parlava, con la sua lieve cadenza romana rustica e il timbro di pancia, T. non ti diceva parole, ti sussurrava continuamente “sbattimi“. Quando ti guardava, col suo sguardo da “dannato dentro“, T. non ti osservava, ti proiettava un porno spinto negli slip, che restringevano inspiegabilmente di una taglia. T. era oggettivamente un figo della madonna. Una delle cose più simili al mio prototipo estetico che mi sia mai passata tra le mani. Naturalmente, tra lo scambio di messaggi e il decidere di vederci passò pochissimo tempo.

T. non abitava dalle mie parti. In condizioni ordinarie, saremmo stati separati da quei 150 km che danno agli appuntamenti quasi un sapore di Erasmus. In quei giorni, però, era capitato nella mia zona per raggiungere la famiglia in una circostanza luttuosa. Trovai fin troppo carino il fatto che in una simile condizione, pesante da sostenere per chiunque, T. avesse comunque la forza e lo spirito per volermi conoscere. Non me lo sarei mai aspettato, ma lui propose di incontrarci senza incertezze, ed io accettai con una certa dose di ammirazione.

La mia crocerossina interiore era già commossa. Era pronta a lanciarsi nella più rubesta delle consolazioni. Povero cucciolo in lutto. Io ti libererò dal dolore di questa giornata funerea regalandoti attimi di spensieratezza ed accudimento. Ti proteggerò dalla paura delle ipocondrie… dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo, dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai. etc etc.

Appuntamento fissato e infermiera equipaggiata. T. si presentò alla mia porta nel tardo pomeriggio, mi avvisò con un messaggino di essere sotto casa mia. Quando aprii la porta, mi ritrovai sulla soglia il carnevale di Rio degli scossoni ormonali. Salutai cordialmente, mentre l’interno delle mie mutande cantava l’Ho’Oponopono.

Intense iridi brune. Il naso più perfetto mai concepito dalla generosità di madre natura, guarnito col septum. Labbra disegnate, in un quasi disturbante equilibrio col resto del viso. Capelli tra il rame e il castano, rasati corti, barbetta e look da punkabbestia rivestito. Golfino in aroma di fumo, jeans leggermente strappati e dr Martens basse. Seminati sulla pelle, tatuaggi con una storia. Più piercing che anima, anche dove non batteva il sole. Il corpo asciutto sotto i vestiti di una taglia in più, alto giusto…

Signora sono 67 kg di feromoni e mezzo, che faccio? Lascio?

Feci salire T. mentre la mia crocerossina-inside notava sul suo viso perfetto il tentativo di dissimulare un animo più provato di quanto non volesse far vedere. Mi sentii un po’ in colpa per il festino pelvico che avevo corso, e cercai di trasformalo in una seduta sperimentale di mindfulness, mentre facevo le scale.

Seduti al tavolino, davanti a un caffè, le chiacchiere con T. fluirono con una naturalezza bella. Come me, anche T. faceva musica, un bel Rock/Punk/Metal, ovviamente, in armonia col suo aere da tormentato. Il mio animo da Jazz-man avrebbe dovuto farmi capire da subito che questa unione si sarebbe rivelata una stronzata; un po’ come cantare Billie Holiday in growl. Ma quanto ti ritrovi a duettare, meravigliosamente a cazzo, “Il cielo in una stanza” con una canna in mano, queste cose passano inevitabilmente in secondo piano.

Mangiammo a casa. Una cena abbastanza “selvatica”, lo stomaco più pieno di belle parole che di cibo vero. Con T. si parlava da dio. Passavi con disinvoltura dalle cazzate alla musica, dai concetti di spiritualità esoterica ai fondamenti di psicologia, e lui aveva sempre qualcosa di buono da dire. Scoprì che T. era laureando in Fisica, praticamente pure un cervello, che aveva la passione per l’Astronomia, che dava ripetizioni ai bambini. Per qualche strana ragione sentivo crescere la voglia di recuperare il mio vecchio 1- in matematica. Finita la cena, si discettava di piercing. Lui sosteneva che sarei stato bene con il septum, e che questa cosa di disegnarmi addosso orecchini che non avevo, fosse il sintomo inequivocabile del fatto che gli piacessi da morire, perché solo in quei rari-rarissimi casi gli capitava di farlo.

(Signore e signori, tra poco serviremo la cena: stasera brodo di stronzate seduttive a cazzo, e spezzatino di prese per il culo in dolce-forte! Avrei voluto avere al tempo la stessa presenza mentale.)

Mentre passavamo in rassegna tutti i piercing di T., lui alludeva spudoratamente al fatto di averne uno che così non si riusciva a vedere. Buttò là con una disinvoltura disarmante una frase del tipo “Però, dopo, se vorrai, mi piacerebbe che lo vedessi“.

Vaffanculo la mindfulness e l’Ho’Oponopono. Carnevale di Rio…Carnevale di Rio… Carnevale di Rio!    

Guardai T. alzarsi dalla sedia, un po’ come Jasmine guardava Aladdin sul suo cazzo di tappeto volante, affacciata al terrazzo, ma senza Rajah a suggerirmi che mi stavo infilando in una situazione di merda. (Ti fidi di me?). Mi alzai pure io con una faccia probabilmente molto più ebete di quanto avessi voluto. T. mi guardava, scorgevo nel suo sguardo la lista delle categorie migliori di PornHub e al mio festino ormonale di prima stavano iniziando a stappare bocce nuove e ad alzare il volume della musica. Senza dire nulla, T. mi spingeva contro il tavolo fino quasi a sdraiarmici sopra. T. mi limonava come se non ci fosse stato un domani.

Carnevale di Rio! Carnevale di Rio! Carnevale di Rio!

 

Continua…

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